CONTROLUCE

Controluce perchè serve l'intuizione per leggere dentro i contorni. Oltre la sagoma. Dentro l'immagine visibile. Controluce perchè è l'immaginazione che nutre l'anima bella. Controluce perchè dentro i contorni i dettagli sono invisibili. Solo ad alcuni.
domenica, 15 novembre 2009

DIRITTO E DOLORE

na_fulmine
Sembra incredibile, ma poter alleviare o togliere la sofferenza ad un malato, specie terminale, è una conquista culturale.

Qualcosa che si ottiene a fatica  e solo se si possiedono mezzi quali determinazione, ostinazione e accesso alle informazioni, insomma se si è decisi a non mollare e a far sentire la propria voce senza lasciarsi intimorire.

Chi soffre spesso è invitato a “non esagerare”, a “sopportare”,  ad aver “pazienza”. Sembra incredibile, ma è così.

C'è una resistenza, da parte di alcuni medici (tanti, tantissimi) a invitare, incoraggiare, informare i malati a rivolgersi ai medici palliativisti.
Pregiudizi? Ignoranza? Mancanza di umiltà?  Oppure business?

Un cerotto a rilascio graduale a base di Fentanil costa dai 50 ai 100-130 euro. Chi è vittima di un dolore oncologico, neuropatico, è come se ricevesse dell'acqua fresca. Una fiala di morfina costa pochi euro.

Perchè un oncologo non ti dice: “io non posso guarirti dal cancro, ci ho provato e ora non posso fare più niente per te, però ci sono delle persone che possono aiutarti nel dolore: sono medici palliativisti, bussa alla loro porta“.   Perchè non lo dicono o lo dicono in pochi? Cosa c'è "dietro"? Politiche commerciali o cos'altro?

Alcuni oncologi sostengono perfino che il dolore “serve” per capire se una cura funziona o meno.  E già, perchè nel terzo millennio abbiamo bisogno del dolore per sapere se una cura funziona!!

Il dolore ha effetti devastanti: è umiliante, toglie dignità e speranza. Toglie vita alla vita residua che in questi casi è normalmente poca.

E' atroce trovarsi, magari soli, in un letto di ospedale, in balia del dolore e della paura, dover chiamare un paramedico il quale arriva dopo un tempo che pare un'eternità per dire “chiamo il medico” che a sua volta arriva dopo un tempo che pare una seconda eternità per dire “se proprio non riesce a resistere, tra un po' le faccio portare qualcosa”.  E quel qualcosa arriva dopo un tempo interminabile e dopo altre chiamate.

E' una tortura, qualcosa di inaudito, di inaccettabile, specie in un paese che si reputa civile, moderno, che si riempie la bocca ogni giorno e in svariate occasioni, con parole quali tolleranza, rispetto, qualità della vita.  Diritti. Uguaglianza.

Il caso Englaro ha sollevato un polverone: molte persone muoiono disperate, maledicendo la vita e non fanno notizia. Non fanno rumore. Nessuno li sente a meno di incappare in alcune divisioni ospedaliere.

Oggi sono stata a trovare un caro amico, che è anche un medico.
Quando ho bisogno di fidarmi, io vado da lui. Mi conosce, mi comprende ma soprattutto lui è un uomo che fa il medico ed è un medico che fa il medico: una rarità, di questi tempi.

Abbiamo speso qualche minuto in queste considerazioni e ho scoperto, con una certa amarezza, che non cambia mai niente in questo paese.

Ancora una volta mi è venuta voglia di piazzarmi nel corridoio di qualche reparto ospedaliero e dire ai famigliari dei malati oncologici cui tocca assistere allo strazio del dolore “non credete se vi dicono che è in atto la terapia del dolore se i vostri cari sono disperati: rompete i silenzi, le paure, le remore, liberatevi dalla deferenza, dalla soggezione e urlate a squarciagola il diritto di non soffrire".

Chi riceve DAVVERO la terapia del dolore non grida, non soffre di dolore fisico, non è sfinito da quel tipo di dolore.
Può perfino sorridere, leggere, accarezzare i propri cari, il cane, guardare un film. Può sognare, sperare, giocare.
Mantenere una dignità e continuare a sentirsi una "Persona".

Non guarisce dal cancro, la terapia del dolore, certo.  Ma dalla disperazione sì.





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venerdì, 13 novembre 2009

AUTUNNI 2

748008
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giovedì, 12 novembre 2009

AUTUNNI

como05102009(foto: celeste)

Passo
sopra le cose morbide di ieri
umide quasi di recenti assenze
Secche
di lontane presenze di eterno rimanere.
Stasi della memoria.

Tocco
come si dovrebbero toccare le cose
l' autunno caldo e umido
custodito nello scrigno di labbra
Segrete
che si aprono al tramonto
chiamato da antiche carezze.

Resto
a vedere il ponte e dal ponte
l'acqua che corre e le pietre
Vive
quelle scampate alle ruspe
quelle che accolgono le foglie rosse
di questo giorno da spalmare.

Annuso
il vento porta la coda di ogni odore
prodotto nel luogo improvvisato
Eletto
perimetro di un attimo senza condizioni
senza regole e senza libertà dal Tempo.

Scenderò
lungo la scala di casa mia
colore del cotto tra muri bianchi di riflessi
Arancione
e come sempre non trovo le cose

A piedi nudi
ho perso l'autunno sull'ocra di Siena.
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lunedì, 09 novembre 2009

LA SOLITUDINE DEGLI AMORI PRIMI


solitudine

Ogni volta che la presenza della tua assenza cuce un istante alla mia memoria con una goffa imbastitura, provvisorio collegamento tra questo tempo e quel tempo, rimbalzo nel tempo e resto incastrata in un tempo di mezzo, sospeso tra una domanda nitida e un'attesa sfocata.

Quella cena era stata lunga, forse la cena più lunga di tutte le cene della mia vita. Era un posto piuttosto brutto, perfettamente in tinta con l'anima. Con la tua, intendo. Ho ancora qualche frammento del cibo di quella sera incastrato da qualche parte, forse in qualche imperfezione o piccola ferita della gola chissà.

E' passato molto tempo, sulle tue certezze e suoi miei dubbi: molti di questi sono rimasti appiccicati al tempo andato, così come immagino sia accaduto alle tue certezze.
I passi di alcune certezze lasciano discrete impronte, del resto. E la speculazione del tempo non era certamente qualcosa di buono, per noi né per loro.

E' possibile che io abbia scritto alcune ore dei tuoi giorni di adesso ma forse no.
E' certo che alcuni frammenti dei miei giorni di adesso sono (anche) pensieri riposti nella forma concava delle orme che hai lasciato passando.

Ricordi quando parlavamo per ore della felicità? Se fosse o meno una nostra opzione? La consapevolezza che stavamo crescendo qualcosa senza essere preparati, non c'era, allora: eravamo come genitori troppo giovani con un bimbo piccolo.
Tuttavia gli odori del tuo mondo si mescolavano con quelli del mio mondo creando così nuovi odori che fanno parte dei miei giorni da che sei assente .
Lo stesso accade con alcuni suoni e silenzi. E credo che questo accada anche a te.

Sorrido: alcuni Silenzi hanno forme che di notte diventano strette e lunghe e sembrano avanzare verso il mio letto fino a sdraiarsi accanto a me manifestando vaghe promesse di mattino.
Alcuni vuoti si disegnano sul soffitto perché era là che di solito disegnavamo i sogni o appiccicavamo alcuni dolori. Ricordi il bimbo dagli occhi celeste opaco, spento come l'inverno in una landa, il giorno della festa di Gabriele? Lo rivedo, ogni tanto, nell'angolo di un soffitto differente da quello della casa che era nostra.
Il suo nome rimbalza ancora ad ogni festa di bambini, tra una fetta di torta e un bicchiere di carta colorato. Questo per esempio è un vuoto, riempito da quegli occhi. Di un bambino che non crescerà mai perché quel tempo è sospeso, congelato sul soffitto come nella stanza della mia memoria.

Dentro ogni casa c'è un odore particolare, non riproducibile e alcune molecole restano addosso intrappolate negli alveoli dei polmoni, specie di notte.

L'ora del tardo pomeriggio corrisponde a quel tempo quando di solito si stava in montagna, oppure nella mia città o nella tua ed era quasi sempre il corridoio di un programma serale o anche di niente, che era sempre un'idea migliore.
Adesso corrisponde alla stagione più colorata del mio pensiero, a quella più odorosa, più densa ma dovrei vederti per spiegartelo bene, cosa che ritengo poco opportuna.

Il nostro tempo non si è mosso con noi e in fondo noi non ci siamo mossi con esso: sincronizzare la nostra vita e alcuni progetti sugli stessi binari del tempo era un' impresa possibile se solo ne fossimo stati coscienti.
E' successo un po' come quando un corpo da uomo cresce con una velocità differente dall'anima del ragazzino che contiene. Intima consapevolezza dell'incontrollabile e della dissipazione di ogni rassicurante punto fermo.

Del resto se non fosse stato così, noi ci saremmo persi ma nemmeno avuti.
Esiste un tempo fragile, cornice di eventi potenti come una felicità improvvisa, immediata e non riconosciuta e quel tempo ha sfondato gli argini, perdendosi e trascinando anche noi.

Cieli sorprendentemente azzurri che sono stati sopra di noi non riescono a stupire, adesso, per l'assenza di rimorsi.
Eppure a volte quell'azzurro è qualcosa che ferisce come qualcosa di bello e di perfetto al contempo. Bellezza e perfezione sono cose che feriscono, a volte.
Ricordi? Ne parlavamo spesso.

Del resto si possono riparare le lacerazioni di un rimpianto ma non le ferite di un rimorso. Quello resta, pesante come una montagna e sbarra la strada, anche se a volte non è nemmeno importante in quanto la strada diventa un'altra.

So che un giorno ci rivedremo, e non è una cosa che aspetto, nè spero.
Tuttavia io lo so da sempre, così come so che tutto ciò che hai lasciato di te prima o poi lo troverò scavando a fondo e tra le pieghe del mio tempo qualora scendesse a patti con il tuo.

C'è stato un giorno in cui ho contato le stelle dal balcone: andavo la sera a fumare, ricordi?
Ti vedo ancora, oltre i vetri della finestra: una sagoma scura tra i tessuti azzurri del salotto. Ero arrivata a 79 ma poi suonarono alla porta. E persi il filo. Non sapevo che avevo perso anche te.

Ti racconterei del freddo sul bus e poi dell'altro freddo, quello di quando lessi quella lettera, unico testimone del cambiamento del tempo: lo farei se avesse un senso.
Niente piu' fu uguale ma del resto niente rimane uguale nell'universo dopo un sassolino lanciato in un laghetto.

Poi il terzo freddo, quello verde chiaro delle pareti di quella casa, il più freddo di tutti. L'unico definitivo freddo. Impietoso, quello che non concede appelli e non redime.
Ti racconterei anche questo, lo farei, se avesse un senso. Ma ci sono storie che si chiudono senza far rumore, esattamente come alcuni libri e alcune porte.

Sono al margine di ogni emozione, ormai.
Riesco perfino ad osservarle da lontano, le mie emozioni, e non fanno poi tanto male. Non è sempre vero che ai margini non si sta bene.

Ho imparato ad ammortizzare i silenzi, la tua assenza, e perfino la tua presenza, mai così densa come da che non ci sei.
Ho imparato a lasciare in sospeso il filo che conta le stelle in attesa di un giorno nel quale riprenderò a contare quelle che mi restano, nella parte visibile del mio universo.
Ho imparato a sognare sogni di plastica perchè solo così posso non scordarmi che esistono i sogni.
Ho anche scambiato la pelle con altri odori, molto differenti dai tuoi e sono perfino riuscita a stare bene.

Giacchè ti scrivo, ti informo che non era rimasto granché nel sacchetto delle monetine perciò le ho regalate, senza comperare le solite biglie di vetro. Un investimento che adesso non ha più senso.
Non so cos'altro aggiungere in questa lettera che con tutta probabilità non avrai.

Ci sono posti che nessuno può occupare, vuoti incolmabili e amori che non possono e non devono sostituirne altri. Possono arrivare, importanti, incisivi, forti, ma in un posto loro, unico, nuovo, mai usato prima.
Allo stesso modo e per le stesse ragioni ci sono lettere che non vanno spedite in quanto una lettera non puo' sostituire niente: non una mancanza, un'emozione, un fiato.

Piove: anche in questo tempo capita che piove, esattamente come pioveva attorno a noi e le luci delle auto di fronte sono occhi di gatto come sulla strada per C. di un venerdì sera.

Entro piano, in punta di piedi, nell'edificio altissimo e pieno di anfratti in cui risiede la mia memoria e per un attimo percepisco la presenza di un corpo, tangibile ma anche impalpabile come una poesia che tenta di descrivere il vento.
E capisco che oltre il tempo ci sono porte senza muri attorno: imbocco di sentieri in cui si va incontro ad ogni tempesta come ad ogni mare calmo. E sono inevitabili sia gli uni che l'altro.

Uso sempre le dita per tracciare l'orizzonte al tramonto, sai? Faccio lo stesso gesto di allora quando mangio le penne e mi cullo da me ancora, prima di addormentarmi.
E come sempre scrivo, per non perdere la rotta del pensiero.

E poi uso le stesse braccia per riuscire a navigare, anche adesso,  attaccata a questo tocco di legno la cui scia raramente risulta visibile sotto la luce di qualsivoglia luna.
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venerdì, 06 novembre 2009

REGARDS



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giovedì, 05 novembre 2009

FUFFI ALLA SPA

PACO17(foto: Paco, per Celeste)

Fermo restando aperto lo spazio sul post precedente (come sugli altri precedenti, ovviamente) posto una cosa che ho letto oggi. 
Sia chiaro: non mi stupisce affatto.
E' solo uno dei tanti esempi di mancanza di rispetto e violenza verso gli animali, commesso da chi dice di amarli. E' tratto da "La Repubblica": sotto c'è il link.

Mentre nei TG, sui giornali, nei blog (immagino, in quanto io ne seguo solo 3/4 Mulino compreso), in Facebook e in ogni dove infuria la bufera sul Crocefisso nelle scuole (e la dice lunga su come siamo combinati in Europa), c'è chi porta Fido dall'estetista. Leggete questa "notizia" e poi ditemi se non viene voglia anche a  voi di costruire un'astronave, come ha fatto Pieffe. 

Milano, il beauty center per clienti a quattro zampe

Massaggi con petali di rosa e olio di jojoba, impacchi di argilla, trattamenti con vapori ionizzati per migliorare le condizioni dell’epidermide e acconciature all’ultima moda tratte da un ricco book fotografico di modelle.
Il tutto riservato a una clientela rigorosamente a quattro zampe: da For Pets Only, in zona San Babila a Milano, cani e gatti possono farsi coccolare in una spa dedicata a loro.
Magari dopo aver fatto un giro nella boutique al piano sottostante del negozio, dove si trovano accessori di ogni tipo: dai portacrocchette colorati ai pigiami con gli strass.
Il listino prezzi del salone di bellezza va dai 20 euro per il trattamento base a un cane di piccola taglia (pulizia di orecchie e occhi e taglio delle unghie) agli 80 per un complicato taglio a forbice per i cani a pelo ruvido.
Se poi ci si vuole concedere una maschera d’argilla o un massaggio agli oli essenziali, la maggiorazione è di circa 10 euro.

(lucia landoni.  http://milano.repubblica.it/multimedia/home/18157546)


 
Riccardo, subito all'autocad.  Astronave, modello basic va benissimo.
Bussola e meridiana escluse (le ho). Thank's.
postato da celestechiaro alle ore 16:28 | link | commenti (13)
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mercoledì, 04 novembre 2009

FIRENZE CON LE ALI

I "ricordare", "commemorare", “per non dimenticare” contengono quel senso del dovere o di cronaca, spesso stantii. 
Nella commemorazione c’è tanta retorica: i testi, i discorsoni, si scrivono da soli; potrebbero scriverli perfino i muri.

Poi ci sono le varie: “accendiamo  una candela per osserviamo un minuto di silenzio per”, mentre si pensa alla calza smagliata dalla french-manicure, o alla cena per la sera.

 

Come quasi ogni settimana, anche sabato scorso sono stata dai miei genitori,  cioè nel luogo dove sono sepolti. Ogni volta, in questi giorni di novembre, si ripetono gli stessi “riti”.


Il camposanto si veste di fiori freschi: protagonisti i crisantemi nei  loro bianchi, gialli, rosa. Sembra una gara. Perfino i “morti da tanto” vengono omaggiati, per una settimana almeno, con fiori freschi; quelli di plastica torneranno dopo, magari lavati o rinnovati.


Il piccolo parcheggio è al completo; le auto sostano sulla strada in attesa di entrarvi.
Cerco di evitare le ore più “gettonate” ma immancabilmente mi imbatto in qualcuno.

I discorsi sono quelli di sempre: “dove vivi adesso, il tuo lavoro, i cani, tuo fratello come sta e la bimba adesso quanti anni ha”. Tutto come da copione.

 

Ogni 11 settembre le stesse immagini.
E poi i terremoti, e poi le alluvioni. Le vittime delle guerre. L’elenco è interminabile.

Si tira fuori dalla natfalina la cronaca che fu, si spolverano i ricordi, e si fanno nuovi articoli, con parole lucidate con il Sidol, riciclate dal passato opaco per linguaggio e forma.

Il giornalista di cronaca medio che fa il solito make-up e il solito “copia-incolla” di testi e immagini: cambia la confezione, il fiocco, il colore. Tutto come da copione pr anni Decenni. 

Bè, oggi qui, voglio togliere i fiori di plastica a quelli che, il quattro novembre  sessantasei, hanno scavato con le braccia instancabili, con disperata ostinazione, rabbia e pazienza,  dentro una città travolta da un oceano di fango che ora dopo ora le portava via ogni goccia di speranza, anche quella che dicono “non muoia mai” . Una città messa in ginocchio, travolta dalle sabbie mobili dalla terra al cielo ma che non si è arresa.

(Capito, Renzi?)


Ci sono momenti in cui si può soltanto lasciar cadere le braccia, tutt’al più resistere e pregare.

Non si possono capire, certe cose. Solo immaginare. Forse.

Non basta vedere le fotografie, leggere le cronache, le testimonianze di chi c’era. Chi c'era di sicuro porta ancora il colore del fango negli occhi.
Quelli che c’erano, e che ci sono ancora, conservano brandelli di fango attaccato ai polmoni, arrotolati nei fili della memoria. Accartocciati in qualche strato della pelle ancora in grado di reagire all'azione del ricordare.

Li hanno chiamati
“Angeli del Fango”.

Arrivarono a migliaia, in una Firenze inginocchiata come un Cristo sotto le percosse: chi  doveva arrivare latitava. Armati di nulla se non di volontà e di piccole pale quando era tanto. Salvarono persone, animali, cose, opere, libri.  Tesori.
Pezzi di Storia passarono tra quelle mani “normali”.  Mani non abituate a maneggiare cose tanto preziose come libri antichi, quadri, manoscritti.
Il governo non c’era; arrivò tardi ed era già inutile.
Impreparata, inadeguata, per nulla protetta e per nulla allertata, Firenze fu lasciata sola, tra le mani degli Angeli senza ali nè pale, in quell’Apocalissi annunciata e sotto un cielo di piombo che pareva tutt’uno con la terra.
 

Per chi volesse approfondire:
http://www.angelidelfango.it/index2.html

 

10   4 novembre 1966, l

 

Ma c'è qualcosa di inquietante, tra mille polemiche, tra piste ciclabili e linee bus, tra campagne elettorali formato Zelig. Un' equazione: 

ll cielo sopra Firenze sta (ancora) come la spada sopra la testa di Damocle?

Leggo su: 

www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=248


Dopo il diluvio


Malgrado l'entità della devastazione, il bilancio finale non è altrettanto sconvolgente: il numero delle vittime appare relativamente ridotto, fermo a trentacinque (di cui diciassette a Firenze e diciotto in provincia): fortunatamente, il fatto che il 4 novembre fosse un giorno di festa nazionale ha contribuito a sottrarre dalle strade un gran numero di persone che altrimenti, in una qualsiasi giornata lavorativa, sarebbero state in balia della furia distruttrice dell'acqua.

Ciò non toglie che il sistema dei soccorsi non ha saputo assecondare questa fortuita circostanza, ed anzi la mancanza di una struttura centralizzata che organizzasse gli interventi ha contribuito a complicare la situazione, senza riuscire a realizzare una completa mobilitazione dell'esercito. D'altra parte, la massiccia adesione di volontari ha in un certo senso posto le basi per la creazione di un organo di assistenza concretizzatosi poi nella Protezione Civile.

A quarant'anni dall'alluvione, dopo che la città di Firenze ha saputo risollevarsi con le proprie forze (certo, con l'apporto fondamentale dei volontari, ma senza un incisivo intervento del governo), restano ancora dubbi sull'efficacia di un piano di emergenza che è stato preparato senza informarne diffusamente la popolazione; inoltre, i numerosi lavori di consolidamento degli argini che si sono succeduti negli anni in tutto il bacino dell'Arno, sembrano riproporre la stessa inconsistenza degli analoghi tentativi che hanno seguito l'inondazione del 1844.

Dopo quasi mezzo secolo di sviluppo urbano e addensamento demografico, il rischio che la catastrofe si possa ripetere è tutt'altro che scongiurato.

postato da celestechiaro alle ore 15:57 | link | commenti (11)
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lunedì, 02 novembre 2009

ALDA


Spesso ripeto sottovoce

che si deve vivere di ricordi solo

quando mi sono rimasti pochi giorni.

Quello che è passato 

è come se non ci fosse mai stato.

Il passato è un laccio che

stringe la gola alla mia mente

e toglie energie per affrontare il mio presente.

 Il passato è solo fumo di chi non ha vissuto.

Quello che ho già visto non conta più niente.

Il passato ed il futuro

non sono realtà ma solo effimere illusioni.

Devo liberarmi del tempo

e vivere il presente giacché non esiste altro tempo

che questo meraviglioso istante.

 

(Il mio passato)



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Alda Merini, la "Poetessa dei Navigli" è scomparsa ieri, a Milano.
Mi ha sedotta da che l'ho conosciuta.
Con la sua milanesità, la sua “follia”, i suoi eccessi, le sue “stravaganze” (?)

Patetica (?)  Sensuale erotica, carnale. Spirituale.

Doppia. Mistica. Poetica. Forte. Fragile.

Il suo senso del “sacro”.  Il suo ateismo. Religioso, anche.
Con dentro la nebbia di Milano, l'acqua dei Navigli, il cuore di Milano, la gente di Milano.
Dino Campana.

Una donna dalla vita travagliata, come le sue liriche: forti, potenti, disperate.
Una donna che ha trovato nella scrittura forse un riscatto e forse anche una specie di salvezza.


 

Aneddoto.
Trovai un giorno, passeggiando per i vicoli di Como, i piccoli libricini di “Pulcinoelefante”, una edizione raffinata, curata, preziosa,  di disegni fatti a mano e versi, su carta pregiata, tagliata a mano.
Ne comperai uno: i disegni  erano di Alberto Casiraghi (che fu amico della Merini), i  versi erano suoi, dell’Alda. Lo inviai ad una persona con cui scambiavo, in quel periodo alcune opinioni, ed era capitato di farlo anche sulla vita e le opere della Merini. Fu accolto, capii, come qualcosa di banale (mi chiese se i disegni fossero di mia nipote). E vabbè.

Qualche tempo dopo mi arrivò una e mail della stessa persona (a seguito di alcuni eventi piuttosto sgadevoli) la quale mi disse che le mie emozioni per la Merini erano una "ammirazione malata" nei confronti di una pazza che "entrava e usciva dai manicomi".

Seppi dunque che ciò che avevo voluto condividere, quindi la varia corrispondenza, opinioni e quant'altro, (e mi domandai "quanto"  altro?) era stato accolto con "condiscendenza".
Rimasi offesa. E non certamente per le diverse opinioni nei confronti di Alda Merini.
A volte ci si sbaglia, con le persone. E di grosso!
Avrei dovuto dare retta alle vocine sottili sottili dei sensi che quando insistono un motivo c'è.
E c'erano 'ste vocine..... c'erano !!!   Ma poi si impara. 

(Bè Alda..  siamo state commiserate entrambe!) 
Chiudo con questi versi.


La mia poesia è alacre come il fuoco,
trascorre tra le mie dita come un rosario.

Non prego perché sono un poeta della sventura

che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,

sono il poeta che grida e che goica con le sue grida,

sono il poeta che canta e non trova parole,

sono la paglia arida sopra cui batte il suono,

sono la ninnanànna che fa piangere i figli,

sono la vanagloria che si lascia cadere,

il manto di metallo di una lunga preghiera

del passato cordoglio che non vede la luce.

 

(Da La volpe e il sipario, 1997)

postato da celestechiaro alle ore 18:04 | link | commenti (6)
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sabato, 31 ottobre 2009

DSC_0136

(immagine:  personale)
postato da celestechiaro alle ore 09:17 | link | commenti (27)
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martedì, 27 ottobre 2009

TEMPO DI MIMI'

Non uso spesso pubblicare canzoni o poesie: esistono i siti appositi, per questo.
Un blog è un blog, terra di confronto, invito alla riflessione, scambio. Non può essere altro. Tuttavia succede che io abbia voglia di farlo specie in un determinato momento, con  qualcosa che sento mio,  oppure è particolarmente in sintonia con il mio Tempo.


Come "Mimi sarà" di Francesco de Gregori, che mi piace tanto dalla voce di Mia Martini.
http://www.youtube.com/watch?v=3dvQkYIM540.

E' qualcosa che mi somiglia, che sento, che "buca" creando uno scorcio tra il mio di fuori e il  mio di dentro.

IN REALTA'
c'è qualcosa di cui vorrei scrivere, e da parecchio tempo, ma ci va il Tempo e poi le corde giuste. Ci vuole una dose di anima per parlare di eroi che non finiscono sui libri di Storia, che la storia stessa dimentica, e che pochissimi conoscono (me compresa).
 
Quotidiani eroi invisibili, vestiti di troppo freddo o di troppo caldo. Persone che vivono troppo "dietro" il palcoscenico per essere viste; esistenze che scivolano senza che nessuno le abbia notate, apprezzate. Nessuno ha stretto loro la mano, nessuno si è avvicinato troppo, credo (specie le Signore e i Signori benvestiti).
 
Vite silenziose e immobili, paradossalmente,  perchè è (anche) grazie a loro che il mondo si è mosso. Scivolando sulle loro vite, sul loro sudore, sul loro dolore, sulle distanze tra loro e i loro affetti, parti di mondo si sono incontrate, scambiate, conosciute. Molte vite si sono incrociate, unite, incollate.
Eroi senza storia, dunque, che però la storia l'hanno fatta eccome.

Ci vuole documentazione, conoscenza e cuore.
Ci vuole inoltre il contributo di Qualcuno che non so esattamente dove sia, adesso.
E poi la capacità di trarne l'essenza, se si vuole evitare di offrire qualcosa di annacquato, diluito nella banalità incolore e insapore tipica di chi scrive qualcosa "tanto per scrivere".
 
Ci vogliono sintonie, accordi, musica, specie quando manca la conoscenza profonda, quando sono  ancora solo fascino e curiosità a motivare la voglia di capire e di  approfondire qualcosa di appena respirato ma che invita a entrarci dentro.
Alcuni pensieri diventano scritti vibrando sul filo di emozioni che arrivano a ondate, nel momento in cui devono. Inutile cercare quel momento. Può arrivare in treno, in una sala d'attesa, in fila alle poste.
 
Altri invece iniziano a respirare mentre si chiacchiera con “Qualcuno” che ci accompagna “dentro” prendendoci la mano e facendoci  intravvedere qualcosa che poi si scopre straordinariamente affascinante tanto da volerlo conoscere, condividere e a volte anche amare, magari insieme.
 
 
Ma adesso non è quel tempo. E allora ... lascio qui le parole di "Mimì". 
Sorrido e penso che il testo somiglia anche a lei, alla  Mia Martini / Mimì. 
Mi è piaciuta  sempre:  discreta, sorridente, con un fascino delicato, elegante, sobrio, quindi naturale, innato. Una Donna, una Signora, insomma. Qualcosa di raro, ahinoi.


mia

Sarà che tutta la vita è una strada con molti tornanti,
e che i cani ci girano intorno con le bocche fumanti,
che se provano noia o tristezza o dolore o amore non so.
Sarà che un giorno si presenta l'inverno e ti piega i ginocchi,
e tu ti affacci da dietro quei vetri che sono i tuoi occhi,
e non vedi più niente, e più niente ti vede e più niente ti tocca.

Sarà che io col mio ago ci attacco la sera alla notte,
e nella vita ne ho viste e ne ho prese e ne ho date di botte,
che nemmeno mi fanno più male e nemmeno mi bruciano più.
Dentro al mio cuore di muro e metallo dentro la mia cassaforte,
dentro la mia collezione di amori con le gambe corte,
ed ognuno c'ha un numero e sopra ognuno una croce,
ma va bene lo stesso, va bene così. 
Chiamatemi Mimì
 
Per i miei occhi neri e i capelli e i miei neri pensieri,
c'è Mimì che cammina sul ponte per mano alla figlia e che guardano giù.
Per la vita che ho avuto e la vita che ho dato, per i miei occhiali neri,
per spiegare alla figlia che domani va meglio, che vedrai, cambierà.
Come passa quest'acqua di fiume che sembra che è ferma,
ma hai voglia se va, come Mimì che cammina per mano alla figlia, chissà dove va.

Sarà che tutta la vita è una strada e la vedi tornare,
come la lacrime tornano agli occhi e ti fanno più male,
e nessuno ti vede, e nessuno ti vuole per quello che sei.
Sarà che i cani stanotte alla porta li sento abbaiare,
sarà che sopra al tuo cuore c'è scritto "Vietato passare",
il tuo amore è un segreto, il tuo cuore è un divieto,
personale al completo, e va bene così.
Chiamatemi Mimì.
postato da celestechiaro alle ore 14:20 | link | commenti (23)
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