
(foto: celeste)
(foto: Paco, per Celeste)
Riccardo, subito all'autocad. Astronave, modello basic va benissimo.
I "ricordare", "commemorare", “per non dimenticare” contengono quel senso del dovere o di cronaca, spesso stantii.
Nella commemorazione c’è tanta retorica: i testi, i discorsoni, si scrivono da soli; potrebbero scriverli perfino i muri.
Poi ci sono le varie: “accendiamo una candela per “osserviamo un minuto di silenzio per”, mentre si pensa alla calza smagliata dalla french-manicure, o alla cena per la sera.
Come quasi ogni settimana, anche sabato scorso sono stata dai miei genitori, cioè nel luogo dove sono sepolti. Ogni volta, in questi giorni di novembre, si ripetono gli stessi “riti”.
Il camposanto si veste di fiori freschi: protagonisti i crisantemi nei loro bianchi, gialli, rosa. Sembra una gara. Perfino i “morti da tanto” vengono omaggiati, per una settimana almeno, con fiori freschi; quelli di plastica torneranno dopo, magari lavati o rinnovati.
Il piccolo parcheggio è al completo; le auto sostano sulla strada in attesa di entrarvi.
Cerco di evitare le ore più “gettonate” ma immancabilmente mi imbatto in qualcuno.
I discorsi sono quelli di sempre: “dove vivi adesso, il tuo lavoro, i cani, tuo fratello come sta e la bimba adesso quanti anni ha”. Tutto come da copione.
Ogni 11 settembre le stesse immagini.
E poi i terremoti, e poi le alluvioni. Le vittime delle guerre. L’elenco è interminabile.
Si tira fuori dalla natfalina la cronaca che fu, si spolverano i ricordi, e si fanno nuovi articoli, con parole lucidate con il Sidol, riciclate dal passato opaco per linguaggio e forma.
Il giornalista di cronaca medio che fa il solito make-up e il solito “copia-incolla” di testi e immagini: cambia la confezione, il fiocco, il colore. Tutto come da copione pr anni Decenni.
Bè, oggi qui, voglio togliere i fiori di plastica a quelli che, il quattro novembre sessantasei, hanno scavato con le braccia instancabili, con disperata ostinazione, rabbia e pazienza, dentro una città travolta da un oceano di fango che ora dopo ora le portava via ogni goccia di speranza, anche quella che dicono “non muoia mai” . Una città messa in ginocchio, travolta dalle sabbie mobili dalla terra al cielo ma che non si è arresa.
(Capito, Renzi?)
Ci sono momenti in cui si può soltanto lasciar cadere le braccia, tutt’al più resistere e pregare.
Non si possono capire, certe cose. Solo immaginare. Forse.
Non basta vedere le fotografie, leggere le cronache, le testimonianze di chi c’era. Chi c'era di sicuro porta ancora il colore del fango negli occhi.
Quelli che c’erano, e che ci sono ancora, conservano brandelli di fango attaccato ai polmoni, arrotolati nei fili della memoria. Accartocciati in qualche strato della pelle ancora in grado di reagire all'azione del ricordare.
Li hanno chiamati “Angeli del Fango”.
Arrivarono a migliaia, in una Firenze inginocchiata come un Cristo sotto le percosse: chi doveva arrivare latitava. Armati di nulla se non di volontà e di piccole pale quando era tanto. Salvarono persone, animali, cose, opere, libri. Tesori.
Pezzi di Storia passarono tra quelle mani “normali”. Mani non abituate a maneggiare cose tanto preziose come libri antichi, quadri, manoscritti.
Il governo non c’era; arrivò tardi ed era già inutile.
Impreparata, inadeguata, per nulla protetta e per nulla allertata, Firenze fu lasciata sola, tra le mani degli Angeli senza ali nè pale, in quell’Apocalissi annunciata e sotto un cielo di piombo che pareva tutt’uno con la terra.

Ma c'è qualcosa di inquietante, tra mille polemiche, tra piste ciclabili e linee bus, tra campagne elettorali formato Zelig. Un' equazione:
ll cielo sopra Firenze sta (ancora) come la spada sopra la testa di Damocle?
Leggo su:
www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=248
Dopo il diluvio
Malgrado l'entità della devastazione, il bilancio finale non è altrettanto sconvolgente: il numero delle vittime appare relativamente ridotto, fermo a trentacinque (di cui diciassette a Firenze e diciotto in provincia): fortunatamente, il fatto che il 4 novembre fosse un giorno di festa nazionale ha contribuito a sottrarre dalle strade un gran numero di persone che altrimenti, in una qualsiasi giornata lavorativa, sarebbero state in balia della furia distruttrice dell'acqua.
Ciò non toglie che il sistema dei soccorsi non ha saputo assecondare questa fortuita circostanza, ed anzi la mancanza di una struttura centralizzata che organizzasse gli interventi ha contribuito a complicare la situazione, senza riuscire a realizzare una completa mobilitazione dell'esercito. D'altra parte, la massiccia adesione di volontari ha in un certo senso posto le basi per la creazione di un organo di assistenza concretizzatosi poi nella Protezione Civile.
A quarant'anni dall'alluvione, dopo che la città di Firenze ha saputo risollevarsi con le proprie forze (certo, con l'apporto fondamentale dei volontari, ma senza un incisivo intervento del governo), restano ancora dubbi sull'efficacia di un piano di emergenza che è stato preparato senza informarne diffusamente la popolazione; inoltre, i numerosi lavori di consolidamento degli argini che si sono succeduti negli anni in tutto il bacino dell'Arno, sembrano riproporre la stessa inconsistenza degli analoghi tentativi che hanno seguito l'inondazione del 1844.
Dopo quasi mezzo secolo di sviluppo urbano e addensamento demografico, il rischio che la catastrofe si possa ripetere è tutt'altro che scongiurato.
Spesso ripeto sottovoce
che si deve vivere di ricordi solo
quando mi sono rimasti pochi giorni.
Quello che è passato
è come se non ci fosse mai stato.
Il passato è un laccio che
stringe la gola alla mia mente
e toglie energie per affrontare il mio presente.
Il passato è solo fumo di chi non ha vissuto.
Quello che ho già visto non conta più niente.
Il passato ed il futuro
non sono realtà ma solo effimere illusioni.
Devo liberarmi del tempo
e vivere il presente giacché non esiste altro tempo
che questo meraviglioso istante.
(Il mio passato)

Mi ha sedotta da che l'ho conosciuta.
Con la sua milanesità, la sua “follia”, i suoi eccessi, le sue “stravaganze” (?)
Patetica (?) Sensuale erotica, carnale. Spirituale.
Doppia. Mistica. Poetica. Forte. Fragile.
Il suo senso del “sacro”. Il suo ateismo. Religioso, anche.
Con dentro la nebbia di Milano, l'acqua dei Navigli, il cuore di Milano, la gente di Milano.
Dino Campana.
Una donna dalla vita travagliata, come le sue liriche: forti, potenti, disperate.
Una donna che ha trovato nella scrittura forse un riscatto e forse anche una specie di salvezza.
Aneddoto.
Trovai un giorno, passeggiando per i vicoli di Como, i piccoli libricini di “Pulcinoelefante”, una edizione raffinata, curata, preziosa, di disegni fatti a mano e versi, su carta pregiata, tagliata a mano.
Ne comperai uno: i disegni erano di Alberto Casiraghi (che fu amico della Merini), i versi erano suoi, dell’Alda. Lo inviai ad una persona con cui scambiavo, in quel periodo alcune opinioni, ed era capitato di farlo anche sulla vita e le opere della Merini. Fu accolto, capii, come qualcosa di banale (mi chiese se i disegni fossero di mia nipote). E vabbè.
Seppi dunque che ciò che avevo voluto condividere, quindi la varia corrispondenza, opinioni e quant'altro, (e mi domandai "quanto" altro?) era stato accolto con "condiscendenza".
Rimasi offesa. E non certamente per le diverse opinioni nei confronti di Alda Merini.
A volte ci si sbaglia, con le persone. E di grosso!
Avrei dovuto dare retta alle vocine sottili sottili dei sensi che quando insistono un motivo c'è.
E c'erano 'ste vocine..... c'erano !!! Ma poi si impara.
(Bè Alda.. siamo state commiserate entrambe!)
Chiudo con questi versi.
Non prego perché sono un poeta della sventura
che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,
sono il poeta che grida e che goica con le sue grida,
sono il poeta che canta e non trova parole,
sono la paglia arida sopra cui batte il suono,
sono la ninnanànna che fa piangere i figli,
sono la vanagloria che si lascia cadere,
il manto di metallo di una lunga preghiera
del passato cordoglio che non vede la luce.
(Da La volpe e il sipario, 1997)
Non uso spesso pubblicare canzoni o poesie: esistono i siti appositi, per questo.
Un blog è un blog, terra di confronto, invito alla riflessione, scambio. Non può essere altro. Tuttavia succede che io abbia voglia di farlo specie in un determinato momento, con qualcosa che sento mio, oppure è particolarmente in sintonia con il mio Tempo.

